Dal Monferrato a Cannobio.

Grazie nonno.
Cento anni fa nonno Camillo e suo fratello Giuseppe lasciavano il Monferrato in cerca di lavoro. Non possedevano ricchezze, portavano solo braccia robuste, mani callose, forgiate dal duro lavoro dei campi, ed una cristallina onestà. Si fermarono a Cannobio, sul versante piemontese del lago Maggiore, a pochi chilometri dalla Svizzera. Qui presero in affitto “L’Antica Stallera”, un’osteria con giardino, giochi di bocce e una grande cantina, dove cominciarono a proporre il vino della loro terra: la barbera, la freisa, il bracchetto e il moscato.
Furono anni difficili per il nonno, tanto più che era già vedovo: la nonna morì dopo aver dato alla luce mio papà. Non abbiamo documenti fotografici, della nonna rimane l’affettuoso ricordo che nonno Camillo ci ha lasciato attraverso i suoi racconti. In particolare una frase serbo con fierezza e trasmetto ai miei figli: <Una donna così non potrò più incontrare e vivrò, finché Dio mi darà vita, abbracciato solo al suo amore.>, e così fu.




Intanto mio papà, figlio unico, cresceva tra le amorose cure dei cugini delle cascine d’Olimpia, collina del comune di San Salvatore Monferrato. Lì rimase fino alla vigilia della prima guerra mondiale. Poi partì per il fronte e rimase sino al 1918 cioè la fine della guerra. Tornato alla sua terra e al suo amore Giuseppina Spriano che nel 1920 sposò e portò a Cannobio per continuare il lavoro iniziato da suo papà.
Per mia mamma fu un cambiamento non da poco. Si è trattato di lasciare Torino dove con suo fratello erano titolari di uno dei più eleganti negozi di vini del centro di Torino. Raccontava spesso, la mamma, che la Torino di quel tempo era talmente elegante che fu costretta ad ingrandire il suo guardaroba, perché quel tipo di lavoro esigeva che si cambiasse l’abito due volte al giorno. 




Quando, giunta a Cannobio, piccolo paese sulla sponda piemontese del lago Maggiore, dove la vita scorreva tra gente semplice, pescatori, boscaioli, decoratori, operai del setificio che a quei tempi contava più di mille dipendenti. Malgrado quel grande cambiamento sociale mamma è rimasta sempre quella, come quei grandi motori che si adattano a qualsiasi percorso. E fu proprio lei a trascinare l’attività, perché papà purtroppo ci lasciò troppo presto, morì il 27 luglio 1946, l’anno dopo la fine della seconda guerra mondiale. Il disagio che procurò questo evento è pensabile, ma l’amore che c’era tra noi e la grande fede ci aiutò a continuare nel cammino della vita. Quando morì papà io avevo sette anni, mia sorella Claudia quattordici, Delfo sedici, Carla ventuno e Luigi, il fratello maggiore, era già sposato. Quindi mio fratello Delfo si trovò, malgrado l’età giovanile, il grande compito di affiancare la mamma nella conduzione della ditta, in un periodo in cui l’economia causa la guerra non fu facile.