Questo incontro con Angelo Conti Rossini oltre che riempirmi di orgoglio mi è stato lezione di umiltà, perché un palato come il suo che il buon Dio gli ha dato non aveva alcun bisogno di consulenza per scegliere i vini, lo avrebbe potuto fare da solo.
Ora che mi è giunta l’occasione, con questa pubblicazione centenaria della mia Cantina, voglio dire pubblicamente grazie ad Angelo per l’amicizia che mi ha dato e contraccambiare quel titolo di maestro che mi accollò nel suo libro.
Io posso proprio definirmi ‘figlio d’arte’ perché anche il nonno materno, uomo di grande intraprendenza e  intuito, si occupava di vini. Pensate che una volta partì per la Grecia, fatto avvenuto a fine Ottocento, perché seppe che là c’era una vendemmia eccezionale. Ebbene andò, rimase per qualche mese, durante i quali acquistò le uve, le vendemmiò, fece il vino e lo vendette.



Due nonni meravigliosi ho avuto la fortuna di avere, ma uno diverso dall’altro. Camillo, nonno paterno, uomo nel quale si intravvedeva quella serenità e pace tipica degli uomini provenienti dalla terra. Nonno Francesco, invece, era un uomo estroverso, oltre al suo lavoro si dedicava molto al sociale, era giudice alla corte d’Assise di Alessandria.
Curioso è stato anche il modo con il quale presentavo i miei vini, forse non era mai successo.
Da mio padre ho ereditato buone corde vocali, possedeva una bella voce, ma non ha mai pensato di farla conoscere tranne ai familiari e qualche amico. Io, invece, ho voluto coltivare questo dono studiando a Milano dalla professoressa Carla Castellani e, in seguito, dal tenore Carlo Bergonzi, fino ad essere ammesso all’Accademia Verdiana di Busseto.